La Primavera dei Poeti

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Poesie degli Insegnanti

 

Sono all'interno del canyon

di Daniela Santo

Sono all’interno del Gran Canyon, le pareti rosse mi sovrastano. Il vento fischia tra le rocce, fa vibrare gli aghi dei pini, morde il mio viso e le mie dita intirizzite. Sul lato opposto le colline si rincorrono e sopra di loro si rincorrono le nuvole. Chi di loro arriverà prima all’orizzonte? Ricordo l’Infinito di Leopardi, la siepe sulla collina, lo sguardo fisso all’eternità, mia figlia china sui libri sul tavolo della cucina, i biondi capelli come una cascata che le vela il viso, l’espressione corrucciata intenta allo studio.
Sono un moscerino in un piatto di curcuma indiana, tutto è rosso e granuloso intorno a me. Le dita degli uomini hanno lasciato nella spezia degli avvallamenti che io percorro, su e giù, valli, cunicoli, montagne. La spezia è profumata, croccante, scivola e rotola sotto le mie zampe sottili.
La sabbia è morbida, sottile, fine come cipria, rossa come il nocciolo di una pesca, gialla, arancione, ocra. Scivola tra le dita, lascia il suo colore sui polpastrelli, è soffice sotto i passi, più soffice di qualsiasi spiaggia abbia mai calpestato.
Alzo lo sguardo, la roccia è percorsa da linee sottili come onde, piccole increspature dell’acqua che si rincorrono quando il sasso rompe la quiete del lago.
I pini si aggrappano alle sporgenze, si sporgono nel vuoto per guardare giù nell’abisso, come bambini imprudenti che si dondolano su una balconata. Ondeggiano, si urtano, sembrano lì lì per saltare nel vuoto. Un albero, forse una betulla, si erge in mezzo alle rocce, ai pinnacoli rossi, ai pini dagli aghi verdi: le sue foglie sono gialle, vibrano nel vento, si stagliano contro lo sfondo verde rosso del paesaggio.
Le gocce di una pioggia recente hanno creato sulla polvere rossa un ricamo complicato che si perde sotto ai cespugli, tra gli arbusti. Quale merlettaia sa creare una trama così sottile e complicata? Piccole foglie brune sono incastonate all’interno, come paillettes in un tessuto.
Il mondo è rosso: mi ricorda il barattolo della terra di mia figlia aperto sul marmo accanto al lavabo, il pennello sporco appoggiato sulla ceramica, il suo sorriso bianco, gli occhi ridenti riflessi nello specchio, ammiccanti verso di me che la osservo con aria di rimprovero.
Guardo le radici dei pini che si aggrappano alla terra come artigli di uccelli preistorici, le unghie affondate nel terreno, le zampe di corteccia squamosa.
In uno scorcio tra gli alberi vedo il paese, una manciata di case arroccate che si spingono, che salgono una in braccio all’altra, che si accalcano sulla minuscola cima di un colle, rosse in mezzo al rosso della terra, come se avessero piano piano assorbito il colore dalla natura circostante.
Le mie dita arancioni lasciano impronte colorate sul foglio bianco. Sembrano le dita di una sposa indiana immerse nell’henné per una cerimonia interminabile di luci, di incensi e di colori.
Sopra di me passa un corvo nero, grande, con nel becco qualcosa. Uccellini si chiamano e si rispondono in tante lingue diverse dagli angoli silenziosi del bosco. Profumo di funghi, ricordo di serate intorno al tavolo della casa in montagna a pulire i prataioli raccolti durante la gita della giornata. Mamma e zia che li scottano nell’aceto, noi bambini che giocherelliamo con i vermetti che strisciano via dalla polpa bianca dei funghi, barattoli allineati sul coperchio bianco e un po’ scheggiato della vecchia stufa a legna. Papà seduto sulla sua poltrona accanto alla vetrata legge il giornale, impenetrabile come sempre.
Torno nel bosco, il corvo è tornato, si è posato sulla cima dell’albero più alto, ci osserva e gracchia come per sgridare gli intrusi, poi vola via indignato e il suo verso si perde nel silenzio.
Pinnacoli di roccia rossa, una monument valley in miniatura. Il vento freddo si è dileguato, le nuvole si spaccano e in mezzo a loro sboccia l’azzurro pulito del cielo. L’aria è frizzante, scende dalle narici nella gola, nel petto, come una cucchiaiata di gelato ingoiata in fretta.
Ho abbracciato un albero. E’ come abbracciare un vecchio, la scorza rugosa, dura al tatto, tante cose da raccontare. Gocce di resina luccicano sulla sua superficie, pezzi di corteccia si sfaldano sotto le mie dita. Spingo lo sguardo verso l’alto, tutto il mio essere si slancia con lui verso il cielo, verso l’aria libera sopra di me. Un ciuffo d’erica è una macchia di colore ai miei piedi, minuscoli fiorellini, minuscole foglie che tengono compagnia al vecchio albero raggrinzito. Un vecchio e un fanciullo che si tengono per mano e intrecciano le loro radici sotto la terra.
Penso alle mie figlie, vorrei che vivessero questo momento con me, che vedessero, annusassero, sentissero, toccassero, si sporcassero le mani di terra rossa e gialla insieme a me, entrassero in contatto con la natura uscendo per un breve istante dal loro mondo fatto di rumori, di luci, di musica assordante, di oggetti inutili, di relazioni falsate, di lacrime e di risate.
Vorrei qui il mio cane per camminare con lui per ore su questa terra, per vederlo sporcarsi i polpastrelli delle zampe di rosso, per vederlo annusare stupito di nuovi odori.
Sarebbe felice? Io lo sono, per la prima volta da tanto tempo, fuori dal caos e dal brusio continuo di pensieri della mia vita senza fermate, dal turbine dei pensieri carichi di ansia. Vorrei lanciarmeli alle spalle, vorrei scrollarmeli di dosso e ripartire libera e leggera verso una vita più calma come dopo la tempesta l’acqua del lago si acquieta e torna immobile e limpida a riflettere le montagne intorno.


 

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